Il
viaggio di una donna verso la
consapevolezza di sé, dei suoi
diritti e delle sue
potenzialità.
Una
società di fine Ottocento che
ancora relega la donna al ruolo
di “graziosa bamboletta”,
esclusivamente dedita a
rallegrare i giorni del proprio
sposo.
Potremmo definirlo un “dramma di
formazione”: Nora matura con lo
scorrere delle scene, delle
battute, degli atti.
Lentamente, da “bambola” diviene
“donna” e abbandona quel nido
claustrofobico in cui l’aveva
reclusa suo marito Torvald.
Nell’allestimento da me curato,
un elemento scenografico molto
importante è, appunto, la bassa
staccionata posta dinanzi alla
“quarta parete” del salotto di
Casa Helmer.
Si
terrà pieno rispetto del
Naturalismo ibseniano, senza
però trascurarne i chiari
approcci Simbolisti. La
staccionata alluderà, per
l’intera durata dello
spettacolo, ad un senso sotteso
di prigionia: proprio come
l’usignolo chiuso nella gabbia
al centro della stanza.
Ma
Nora saprà porre fine a questa
reclusione: la rappresentazione
si chiuderà proprio con la
nostra eroina che esce di casa
per non farvi più ritorno,
utilizzando un’uscita mai
attraversata prima (né da lei,
né dagli altri personaggi).
Infatti, il cancelletto di
questa staccionata non è
realistico: le entrate e le
uscite “vere” della scenografia
sono altre e sono tutte
all’interno della “scatola
ottica”.
L’uscita di scena di Nora
attraverso questo cancelletto
simbolico allude chiaramente
alla liberazione della
protagonista e alla sua fuga da
quella “gabbietta dorata” in cui
aveva vissuto fino a quel
momento. La sua uscita segnerà
anche una palese rottura del
“framing” della “quarta parete”:
la “cornice”, che proteggeva
quel salotto borghese nei
rassicuranti limiti della
“scatola
ottica”, si dissolve e Nora va
incontro alla sua nuova vita,
nello stesso modo in cui
l’attrice varca i confini del
palcoscenico per fondersi con la
platea, con il pubblico.
La
lettura che verrà data di alcuni
personaggi del dramma ibseniano
sarà spesso più italica che
norvegese. Un esempio su tutti:
la governante Anne Marie non
sarà connotata dall’austero
rigore di matrice nordica. In
Anne non vi sarà mai freddezza:
sarà una giovane donna
affettuosa e spiritosa; sempre
discreta, ma teneramente
complice delle gioie e dei
dolori di Nora. Il suo delicato
umorismo e la sua dolcezza
materna rappresenteranno una
ventata di freschezza anche nei
momenti di maggior tensione
narrativa.
Al
fine di rendere piacevole lo
spettacolo ad un pubblico vario
e disparato, si è scelto di
ridurre la pièce da tre atti in
due atti. La condensazione degli
eventi ed il tentativo di
evitare il più possibile i tempi
morti ed i ritmi lenti,
unitamente ad un’impostazione
linguistica (e non solo) che
ricerca la scorrevolezza, mirano
a catturare l’attenzione degli
spettatori e ad evitare il
rischio della noia.
Anche la scelta delle musiche è
studiata al fine di coinvolgere
emotivamente il pubblico, pur
mantenendo sempre un’eleganza
formale, stilistica e tematica.
Le
musiche, infatti, varieranno da
brani classici come il
“Notturno op.9 N.2” di
Chopin, che aprirà lo
spettacolo, fino al pop di
“Testarda io”
nell’esecuzione originale di Iva
Zanicchi, in chiusura di
rappresentazione.
Altro elemento accattivante, una
breve coreografia studiata su un
valzer di Franz Lehàr ed
inserita nella Sesta scena del
II atto. Sulle note di
“Venite orsù sirene” (tratto
da “La vedova allegra”),
Nora e Torvald faranno i loro
ultimi “passi” insieme: una
specie di quiete prima della
tempesta. Solo pochi istanti
dopo, infatti, un ballo fra loro
due sarebbe impensabile: la
“tangenza” fra le loro due vite
si spezza e le loro esistenze
dovranno divenire “parallele”,
distinte e lontane…
Barbara Bulzomì